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La pittura: "una cosa spirituale"

“Tutta l’arte che deriva dalla ragione e dall’intelletto non può durare a lungo. Voglio ritornare ad un’ arte popolare (quella di Giotto) che riporti alle leggi della plastica come espressione di essenza e purezza” diceva Carlo Carrà, pittore, prima di intraprendere la strada della ricerca metafisica nell’arte.

Le opere di Carrà rappresentano oggi una testimonianza fondamentale nella storia dell’arte del secolo XX. A seguito di una prima fase (1900-1905), fatta di pittura scura, tipico segno del disegno del ‘800’,  dove possiamo osservare l’influenza del Divisionismo, una corrente che prende dall’impressionismo, nel 1910 Carrà aderisce al movimento futurista e firma manifesti insieme a Balla, Marinetti, Boccioni, Russolo e Severini

La differenza di Carrà  rispetto agli altri è nei collage: il futurista fa un intervento pittorico sopra la carta pitturata, il cubista realizza il collage utilizzando la carta solo come un elemento decorativo, Carrà, invece, unisce tutte e due le tecniche, intervenendo con un linguaggio caratterizzato dalla scomposizione della figura, del paesaggio, e dall’utilizzo della tipica scrittura futurista, come la parola “libertà” di Marinetti.

Nel 1915, Carrà si allontana dal futurismo, considera che l’arte possieda qualcosa in più, la “spiritualità”, e si avvia verso la fase conosciuta come “La metafisica di Carrà”. Nel 1916 crea le sue prime pitture metafisiche. All’inizio lavora con De Chirico cercando di cogliere “l’immagine interna” degli oggetti. “Se siamo sensibili alla bellezza rappresentata – commentava Carrà -, può succedere che al vedere un’opera di Giotto potremmo sentire il desiderio di accarezzare con la mano la bellezza della materia che conforma il quadro…e ci accorgeremmo che quel quadro è allo stesso tempo cosa spirituale”.

Carrà raffina il proprio linguaggio fino ad arrivare ad uno proprio, caratterizzato dall’esplorazione del mistero degli oggetti comuni, come si può vedere nella “Natura morta nella squadra”, nelle spiagge abbandonate, della “Caduta del giorno nel lago”, e in alcuni suoi disegni come il “Poeta pazzo”: “dove esiste una figura senza la testa.

Fra il 1921 e il 1926 Carrà inizia la fase de “Il valore plastico”, nome che proviene dalla rivista per la quale scrive insieme a un gruppo di artisti lontani del futurismo. E’ il ritorno del valore plastico nella totalità della figura, con l’uso del colore in tutto lo spazio in un’atmosfera avvolgente, come si può osservare nelle sue pitture di quel periodo.Carrà con la sua pittura sarà ad un passo dall’ arrivare al cosiddetto realismo magico - cosa che farà nel 1926 -, periodo a cui corrispondo opere come: “Nuotatori”.

Carrà segnala come il campo delle esperienze più adeguato del pittore è la natura morta: descrive nel suo manifesto “Rumori e Odori”, come l’artista non solo deve dipingere la realtà, ma deve tenere conto dei rumori, suoni e odori nella sua opera.

L’ultimo periodo è concentrato sul “realismo mitico” che, pur conservando le sue qualità precedenti, propone una figura nuova che deriva dallo spazio metafisico con dei paesaggi più sintetici e solitari, poetici, come “ Ocaso “del 1963.




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