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I malcapitati venivano calati attraverso un foro sul pavimento di questa stanza dentro la prigione, un ambiente cieco pervaso dai miasmi della cloaca sottostante. Qui, finì i suoi giorni anche il “malvagio Zilio” che “con incredibile ferocia costruì questo sepolcro per i vivi”, l’”inventore” del supplizio, il malcapitato “capomastro” che ebbe la sventura, caduto in disgrazia, di sperimentare la sua invenzione, finendo “oppresso da fame, sete, vermi e fetore e dalla mancanza d’aria, come lupo che ulula”. L’attuale nome dell’alto ambiente deriva dall’iscrizione che, nel 1767, l’architetto Domenico Cerato, incaricato di trasformare l’antica torre in Specola astronomica, trovò all’interno di quella che era diventata la Camera della Polvere, ovvero il luogo dove sino al Settecento veniva immagazzinata la polvere da sparo. La lapide, apposta per volere della Serenissima nel 1618, ricorda ai padovani i loro “Antenati che qui Ezzelino Terzo da Romano crudelmente gettò giù vivi, senza alcuna considerazione per l’età, il sesso, la condizioni e i costumi, e di qui li fece estrarre solo dopo che erano morti e consunti per fame, dolore, disperazione”. L’iscrizione, voluta da Sebastiano Galvano “responsabile in questo castello”, si concludeva con una esortazione ai padovani affinché, memori del fatto, riconoscessero la loro attuale fortuna, visto che “nati sotto un ottimo principe, avete lasciato posto all’invidia, non alla pietà”. Recuperando l’infinita stratificazione di questo monumento, è tornata alla luce anche la grande porta medievale della città risalente ai secoli XII-XIII, poi murata all’interno degli ambienti dell’Osservatorio, e ora finalmente visibile nella sua imponenza, alle spalle della più piccola porta carrarese. Il percorso museale della Specola destina la Sala dell’iscrizione ad ospitare una importante collezione di strumenti per la misura del tempo, gli stessi usati dagli astronomi nel corso di 150 anni alla Specola. Tra essi, famosi pendoli, quali quelli settecenteschi del veneziano Zuane Riva e dell’inglese John Grant, e il prestigioso Frodsham di Londra del 1879. A questi si aggiungono un piccolo contatore di secondi, a pendolo, realizzato all’inizio dell’Ottocento dal celebre meccanico della Specola, Giambattista Rodella, dalle cui mani uscirono straordinari e complessi orologi per le ville di nobili padovani e non, o il prezioso contatore a minuti terzi, destinato a scandire la sessantesima divisione del secondo, sino ai prestigiosi cronometri di Ulisse Nardin, usati per misure geodetiche, tutti perfettamente funzionanti. Al centro della Sala campeggia il simbolo della ricerca scientifica padovana in epoca carrarese, l’Astrario di Dondi dall’Orologio, qui in una copia perfettamente ricostruita, da uno straordinario artefice, amatore di orologeria, che lo ha concesso in deposito temporaneo alla Specola. |
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